Langhorne Slim

Una storia comune a quella di molti altri. La provincia che non offre nulla,
la città che offre tutto e abbaglia: accade anche negli Stati Uniti. Lui si
chiama Sean Scolnick ed è nato 24 anni fa a Langhorne, Pennsylvania, da dove
fuggì rapidamente puntando dritto verso le mille luci di New York. Del luogo
d¹origine tenne solo il nome ed a New York entrò immediatamente in contatto
con la piccola ma agguerrita scena out-folk, nella quale si distinse
immediatamente per la prepotente verve scenica, che in poco tempo ne fece
l¹attrazione più seguite.
Ora sbarca in Europa per il suo primo tour oltre oceano, ha all¹attivo un
mini-cd ed un cd sulla lunga distanza per la Narnack Records, etichetta per
la quale incidono anche i Sonic Youth ed i legendari Fall, le sue
registrazioni sono state accolte con grande entusiasmo dalle riviste
specializzate, e non, di mezzo mondo.

Discografia:
1. "The Electric Love Letter" - Narnack Rec. 2004
2. "When The Sun´s Gone Down" - Narnack Rec. 2005
3. "The Engine Ep" - V2 Records 2006

Link : http://www.langhorneslim.com
www.myspace.com/langhorneslim

Mp3 Links:
http://209.200.80.36/files/mp3/Langhorne%20Slim%20-%20In%20The%20Midnight.mp3

http://209.200.80.36/files/mp3/Langhorne%20Slim%20-%20She%20Dont%20Want.mp3

Press:


When The Sun¹s Gone Down Narnack Records/Goodfellas 2005
Blow Up

So che ci siete e siete in molti, quindi fondatevi immediatamente a
cercarlo. Compratelo, scaricatelo, masterizzatelo, rubatelo ma fatelo vostro
in ogni modo, voi che avete amato i primi Violent Femmes e ancora ne sentite
la mancanza, voi che pensate che i loro primi due album furono altrettanti
capolavori e ancor di più se siete convinti che ³Hallowed Ground² era
persino meglio del primo. E¹ l¹album d¹esordio di Langhorne Slim, che tra i
molti ³prewar folkster² raccontati un anno fa assieme a Devendra Banhart ci
era sembrato quello più probabilmente destinato a insidiare la celebrità del
leader della scena. Questo suo primo album solista, che arriva dopo un CD a
metà con Charles Butler e un mini d¹assaggio, smentisce e insieme conferma
quell¹idea: la smentisce perché gli ambisti di riferimento si delineanomeglio fino a divergere, la conferma perché è un disco fantastico.
Vispissimo country, bluegrass impenitente, blues, swamp, cajun, shuffle, un
pizzico di errebì da New Orleans e un altro di folk irlandese è quanto
contenuto in ³When The Sun¹s Gone Down², la più bella raccolta di Canzoni
³tradizionali che potete ascoltare quest¹anno. La verve di natura punk dei
Violent Femmes diventa, nella mani di Slim, l¹afflatto ispido e schietto dei
padri, qui equamente ispirato su ritmi saltellanti (In The Midnight, Set ŒEm
Up, And If It¹s True, Hope And Fulfillment, I will) e ballate svagate (Mary,
Drowning, I Ain¹t Proud, By The Time The Sun¹s Gone Down, Checking Out. Due
le riprese dal mini ³The Electric Love Letter² (Loretta Lee Jones e il pezzo
che lo titolava), entrambe rivisitate con una produzione perfetta, scarna e
scheletrica, che investe tutto il disco e lo differenzia ed esalta come
meglio non si sarebbe potuto. Slim suona la chitarra acustica e canta (anche
la voce è spesso vicina a quella di Gordon Gano) facendosi accompagnare da
molti (Banjo, tastiere rodhes, trombone, fisarmonica, armonica, basso, lap
steel, sax) ma utilizzando ognuno con estrema parsimonia; e canta con un
fare ironico e divertito anche quando il soggetto è l¹amore esattamente come
faceva Gano. Una copia? Non pensateci neppure lontanamente. Slim pesca nello
stesso immaginario e nella stessa musica ma scrive canzoni personali, è
ispiratissimo, è una forza autentica. Alzate il volume e sparatevi il CD:
quando arrivate alla fine trovate un normalissimo capolavoro, si chiama ³I
Love To Dance² e meriterebbe che le vostre casse morissero cantando ³Dance!
Dance! Dance!² ma non c¹è verso, oltre il segnale max il cursore non si
sposta proprio. Voto:8
Stefano I. Bianchi


Langhorne Slim - When The Sun's Gone Down (Narnack/ Goodfellas)
di Stefano Solventi

Dal punto di vista del "prodotto" quello di Langhorne Slim - al secolo Sean Scolnick, 24 anni da Langhorne, Pennsylvania - è un signor prodotto. Perfetto anche nel non sembrarlo. Canzoni brevi come raffiche, o aspre come un sorriso di sbieco, o dolciastre come amori di spalle. E una vena che sembra pescare vita nel profondo, tra sedimenti, scarti e radici. Un po' come i White Stripes, verrebbe da dire, non fosse che è al filone "prewar" che viene spesso accomunato. Non mancano certo le ragioni per farlo, ma neanche gli opportuni distinguo: intanto, non c'è traccia dello spaesamento naif che circonda il buon Devendra Banhart e compagnia freakeggiante. Non è un particolare da poco.
Langhorne Slim può forse passare per un tipo bizzarro, un giovin guitto dalla strada sbilenca, umbratile, defilata. Ma non certo per un freak. Non si è perso nessun venerdì. Non si è dimenticato l'era in cui vive (non sembra importargliene troppo). Gli anni non se lo sono masticato vivo, sputandolo come un bolo di callosa obsolescenza: lui ci tiene allo stile. Ce l'ha, uno stile. E la dinamite tra chitarra e banjo. Quanto alla voce (il modo in cui la usa, la spara, la stura), è uno strambo centrifugato Frank Black, Ben Harper e Gordon Gano (guarda caso, al disco collabora Malachi De Lorenzo, figlio di Victor, ex Violent Femmes). Questa la pelle di un discorso che si arrampica lungo un albero genealogico che annovera i Captain Beefheart, i Dylan (quello di Bringing it all back home, dove della parola conta più lo strazio che il senso) e i Tom Waits quali avamposti di una torma blues e bluegrass aureolata di mistero e leggenda (dichiarata la predilezione per Leadbelly e Skip James).
E allora? Allora - insisto - credo che additarlo quale esponente del "prewar folk blues" sia un pochetto azzardato. Per dire, basterebbero un paio di amplificatori in più (belli vintage, se volete) e la somiglianza coi due famigerati (fratelli? Coniugi?) White sarebbe ben più marcata, quasi sfacciata. E simile quindi dovrebbe essere la "disposizione d'ascolto" di questo When the sun's gone down, durante il quale si compie la rappresentazione di un'ossessione, la messa in scena fracassona e accorata di una commedia in costume. Una commedia bislacca e sferzante, abrasiva come l'armonica di And if it's true, languida come la steel guitar di Mary, fragrante e nevrotica come l'iniziale In the midnight.
Tra i protagonisti e le comparse, s'incontrano intermezzi d'organino, coretti slavi, campanellini, anche un violoncello d'improvviso a copulare con la slide (I ain't proud), il banjo che s'incendia come una mitraglia punk. Tra i momenti migliori, certe dolci/frenetiche ragnatele country, ballate che cuciono fatalismo, tenerezza, il folk e il gospel ( la stupenda The electric love letter). E la voce, quella voce da coyote struggente, che ora sembra un declama ovattato, ora la vena ulcerata del Dylan di It' s all right ma', ora Shane McGowan fosse stato africano, ora un hobo fatalista che sputacchia raucedine esistenziale, ora il delirio lunatico e ineffabile di un Paul Simon alticcio… Una girandola e un patchwork, un baule di robivecchi e un minestrone primordiale, un'impalcatura che progetti al millimetro ma che sta in piedi solo se le travi sono ben conficcate nel cuore, in quella passione-ossessione che dicevamo. Che evidentemente muove il buon Slim, che lo conduce e ci conduce fino alla goliardica amarezza di I love to dance, codici somatici dixieland che gonfiano fino alla caricatura, il trombone a sviscerare umori waitsiani, il congedo di un crepuscolo asprigno.
Disco emblematico circa le odierne possibilità e modalità del pop al suo meglio, culmine di artificio e cuore.


Langhorne Slim si presenta scrivendo fra i credits che le sue canzoni sono state registrate in diversi appartamenti di Brooklyn. La copertina del cd lo ritrae (s)pettinato e acconciato come il tipico contadino texano. Chitarra acustica a sostenere il banjio, batteria con fruste e cori: il riferimento al country nei suoni è evidente. La composizione fonde invece melodie surf e folk con il country. "When the sun's gone down" opera seconda di Langhorne Slim, è un'ottima colonna sonora per una gita in campagna con del buon vino. Langhorne Slim fa rivivere Captain Beefheart e i Beach Boys (si ascolti In the midnight o Checking out), aggiungendo una scanzonatura che fa venire in mente Devendra Banhart. I Love to Dance, il pezzo che chiude l'album, è una dichiarazione programmatica che non lascia dubbi sul "niceano" modo di affrontare la vita di questo giovane talentuoso, che arriva addirittura a ringraziare le donne che gli hanno dato "una possibilità". Lavoro interessante e ricco di creatività, "When the sun's gone down" è una attualizzazione di un genere, il country, che affonda le radici nella storia stessa del paese a stelle e strisce.
GIACOMO MARRONE

 

Langhorne Slim
When The Sun¹s Gone Down Narnack Records/Goodfellas 2005
Kataweb.it

Delusi dall'America che avete imparato ad amare sulle pagine di Steinbeck, i
film di John Ford e le canzoni di Woody Guthrie? E allora ecco un disco che
potrebbe aiutarvi a riaccendere quella passione, un biglietto per un'altra
corsa sulla macchina del tempo. Destinazione: anni Venti e Trenta.
Alla sua guida un giovanotto dall'aria un po' stranita che si fa chiamare
come un bluesman del Delta: Langhorne Slim. Sforna ballate e canzoni pienedi fervore come il più frenetico dei busker all'ingresso di una stazione
della metropolitana nel giorno più freddo dell'anno. Lui magari ha la
necessità di agitarsi tanto proprio per non arrendersi ai rigori della
temperatura, ma voi non riuscirete davvero a fare a meno di fermarvi ad
ascoltare le bislacche storie d'amore che racconta, spalleggiato da una
nutrita orchestrina folk vagabonda ed esuberante come lui.
Perché in quelle canzoni c'è per l'appunto tutta la rappresentazione di
quell'America che prova ostinatamente a inventarsi la sua buona opportunità
giorno dopo giorno. Lottando, pregando, imprecando e arrangiandosi come
nella più classica delle commedie umane.
When The Sun's Gone Down è il disco che i Violent Femmes non hanno fatto in
tempo a incidere, che Will Oldham potrebbe immaginare se solo provasse a
guardare il mondo intorno a sé con un po' più di ottimismo e che Bob Dylan
non può più permettersi di concepire senza passare per matto. Un gran disco,
dunque.
Emilio Bussolino