Redrom sono parole in libertà, piccoli scritti di vita, pensieri traversi e trasversali,
sono Pillole d'Insistenza.By Gigi Redrom
Mathias Rust Un eroe comunista
9 Giugno 07Alla fine del programma di Michele Santoro, viene dato spazio alle vignette di Vauro. È di certo il
momento più distensivo e sfizioso della trasmissione, ma a mio avviso anche il più carico di significati: bandire la pedanteria e la prosopopea delle cravatte ingessate dei nostri politici arricchisce la fruizione dei contenuti. Giovedì scorso, poi, la puntata era incentrata su un tema eternamente attuale e doloroso: la piaga della pedofilia nel mondo ecclesiastico e la fitta rete di insabbiamento e protezione messa in atto dalle gerarchie della chiesa. Mettendo da parte la spessa coltre di tristezza e di completo disarmo, una battuta del vignettista frantumò la rigidezza della vicenda, indovinata e caustica come una scossa elettroshockante: "se i comunisti avessero saputo cosa si perdevano a mangiarseli soltanto i bambini .". I comunisti. Imperitura ed inestricabile contraddizione fra il giusto abbellito ed il bello giustificato, si ammantano con fierezza di un grande pregio e di un grande difetto: il ritrovarsi perennemente, come una condanna eterna, in ritardo con la propria contemporaneità (il difetto), disinteressandosene allegramente, anzi servendosene (il pregio). Uno dei più grande comunisti della storia, il più dandy ed il meno ideologicamente strutturato che mi ricordi, si chiama Mathias Rust, è tedesco, ha pressappoco 40 anni, ed esattamente 20 anni fa ha illuminato la guerra fredda con il suo piccolo Cessna. Come un supereroe con il suo scintillante mantello di ali, motore e fusoliera, in un periodo in cui i blocchi si ritrovavano così contrapposti che di più non si poteva proprio, sorretto dall'idea che anche i sovietici amassero i propri figli come si usava in occidente, immaginò che un gesto di pace, semplice, incosciente e visibile, avrebbe frantumato più muri che tutti i martelli del pianeta, ed un bel giorno prese il suo piccolo Cessna a due posti, lo condusse fino all'aeroporto di Helsinki, da dove, previo rifornimento di una buona dose di carburante e temerarietà, puntò Mosca e la Piazza Rossa, dove atterrare e portare ai cittadini russi i saluti dell'occidente atlantico sotto forma di sorrisi amichevoli e manifestazioni d'affetto: abbracciarne uno per educarne cento. Inutile dilungarmi sui dettagli del volo: percorso studiato, violazione dello spazio aereo russo, sorvolamento di decine di basi missilistiche supersegrete e tanta tanta paura di essere abbattuto, tutto per realizzare la sua testarda missione di pace. Sulla piazza rossa, subito dopo l'atterraggio, fu circondato da una folla che lo accolse, e gli diede il benvenuto festante. Epica e poesia. Insegnare ai comunisti il comunismo. Ai liberali la libertà. Anche a Caulonia ci sono i comunisti col mantello. Ma si ritrovano inopinatamente più irranciditi e molli di Mathias. Invece di sorvolare utopie e divisioni, se ne fanno sovrastare, invece di abbattere muri, scavano fosse. Alle recentissime amministrative hanno portato a casa una scoppola non indolore, ma il loro obiettivo, ad ogni modo, è stato ampliamente raggiunto: mantenere intonse le maniche della camicia. Dall'altra parte l'organizzazione monolitica dell'anticaglia politica imperante per secoli sulle umane vicende paesane, non li ha disorientati più di tanto: loro, i comunisti, avevano un progetto. Quale? Beh, semplicissimo. Creare l'alternativa formato famiglia a lunga gittata . Bene, ma in che modo? Semplice: strafottendosene altissimamente del pericolo rappresentato dalla restaurazione dell'ancien regime, strafottendosene di essere stati spodestati a calci in culo dalla guida del paese in modo fraudolento, strafottendosene dell'unità dell'opposizione, strafottendosene del nostro smarrimento e della nostra spossatezza, strafottendosene del futuro dei cittadini, e correndo da soli. Giocando per perdere, ma con l'intenzione di creare l'alternativa. L'alternativa alle solite noiosissime sconfitte 51-49 o 52-48: questa volta si perde 85-11. Viva, viva l'alternativa. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca le maniche in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l'onestà morale di non proporsi per governare un paese. E deve fare la gentilezza di avvertire prima, a noi coglioni che per scongiurare quello che poi si è verificato, avremmo votato per una coalizione larga ben sapendo che dentro ci sarebbero stati anche i lacchè, anche i catto-cattolici, anche i trasformisti miracolati. Immagino Mathias Rust atterrare col suo Cessna a piazza mese, ed in un clima festante scandito da zeppole calde e vino fresco, tarantelle e turbinio di danze rivolgersi direttamente ai comunisti a retromarcia di Caulonia e chiedere loro di schierarsi tutti da un lato della piazza, a salutare la sua prossima partenza, ed appena giunto ad una quota al limite dei tetti in ceramica delle case, aprire lo portellone, sbottonarsi la patta dei pantaloni e pisciare in testa a tutti loro, che nel frattempo se ne sarebbero stati con lo sguardo estasiato rivolto verso l'alto, a salutare il loro compagno tedesco. Problema non ce ne sarebbe: sono bravissimi a preservare da ogni lordura le maniche delle loro camicie rosse.
Redrom
Vota Antonio
20 Maggio 07Ad alcuni di voi sarà venuto in mente, anche solo
per un attimo, giusto il tempo di inquietarsene un pochino, turbando irreversibilmente qualche minuscolo istante della propria esistenza, per poi rimuovere allegramente il tutto, in un impeto di inattesa vigoria primaverile, che domenica prossima si vota. A Caulonia, ad esempio, si vota per rinnovare la giunta. A Caulonia, a dire il vero, si vota per rinnovare la giunta una volta ogni due anni. Un po' per sconfiggere l'endemica monotonia che involve la cittadinanza, un po' per dare sfoggio di formale fibrillazione politica, un po' per dare una bella spinta all'attaccamento della gente alle istituzioni ed ai suoi rappresentanti che stanzia da troppo tempo sull'orlo di un burrone. Ma non ho nessuna intenzione di entrare nel merito, non almeno ora, con la campagna elettorale (anche se sarebbe più corretto parlare di timpa elettorale) in piena deflagrazione. Anzi, è esattamente il perverso meccanismo della timpa elettorale che stuzzica la mia attenzione, più precisamente sul degenerato ed incestuoso rapporto che si instaura, in quella ventina di giorni, tra l'elettore e l'eleggibile, tra il candidato rappresentante ed il condannato rappresentato. Quante cose ci sono da fare per poter governare bene un paese ed una comunità, per amministrare una città, per gestire il malcontento della middle class? In particolar modo, man mano che si appropinqua il fatidico momento del voto, è necessario discernere con cognizione di causa le promesse che è più conveniente fare. Come accontentare il proprio bacino elettorale, ammiccando al contempo agli indecisi. Magari anche randellando, giusto un pochino per non perdere la mano, gli irriducibili "vastasi" che mai ci voteranno. Ad esempio, prendete il caso di un deputato francese, tale Mariani, che correva per i futuri sarcozisti alle passate parlamentari transalpine. Il prode Mariani cosa escogitò, dunque? Individuava nel rave la metastasi della società civile, e si chiese quanta gente frequentasse i rave illegali in Francia. Si rispose: tanta. Poi si chiese, quanta gente non ci andasse, non si sognasse nemmeno di andarci, ed un po' li odiasse, sti casinisti della domenica. Molta di più. Allora ecco l'idea: tu, Jacques, dj clandestino, vuoi fare un rave? Bene, fallo. Lo sai che non è legale, ma non te ne frega neanche un po', e lo organizzi. E allora io Stato, da oggi, decido che oltre a venire al tuo rave e disperdere la folla a manganellate, ti confisco tutta l'attrezzatura. I piatti Technics da oltre mille euro, il mixer Pioneer da cinquecento euro, l'ampli ed i finali da duemila euro, le casse da cinquemila, le luci psychostrobo, che poi tanto bene non fanno neanche, e soprattutto la tua collezione di vinili di valore inestimabile. "Cazzo", pensi tu, Jacques, "stavolta è un casino. Sono anni che friggo patatine nello stesso olio dello stesso fast food per potermi pagare i dischi, e tu Stato vorresti prenderti tutto. Ma vaffanculo!" A questo punto Jacques prende coscienza, si organizza ed alimenta i contatti con tutta la resistenza, con tutti i dj-Jacques sparsi per la Francia. Assemblea. Dopo ore di discussione, con sottofondo unzi punzi (ma con la puzza sotto il naso perché siamo in Francia), in cui la linea più morbida emersa è quella di mandare in frantumi i vetri del municipio di Parigi con decibel di sanissima techno anglosassone, arriva una strafiga. Ma strafiga sul serio. Tutti si girano a guardarla. Forse anche io da qua. È la ragazza di Jacques, Monique. Lui non la guarda nemmeno. Ma lei, rilucente e splendida con in un film di Godard, arriva e dice: "certo, che non avete capito un cazzo. Venite tutti con me". Due ore dopo, sotto le finestre del municipio di Parigi, alcune centinaia di dj-Jacques stanno alacremente raccogliendo rifiuti per strada, con i sacchetti neri della monnezza requisiti nottetempo ai camion. Solo per mostrare il loro senso civico. Hanno anche dei cartelli: "siamo buoni"; "mettete dischi nei vostri fucili"; "più decibel, meno tasse". Ma Jacques, raccogliendo per strada una copia stropicciata di les inrockuptible, prima di riporla nel suo sacchetto di plastica nero, pensa: "unz, unz .. non ci crederanno mai unz, punz.. mai ". Caro Jacques, dove sei ora? Ho una mezza idea di usare la vostra linea morbida, mi date una mano?
Redrom
Dinamo Dark VS Athletic Voltaren
14 Maggio 07
VS
Vi racconto un colloqui telefonico tra me e Paolo e tra me e Silvia. Tutte le telefonate consecutive, in non più di un quarto d'ora. Faro precedere dal suono internazionalmente riconosciuto dello squillo del telefono DRRR le telefonate ricevute, e dal rumore della tastiera TPTP, ancora internazionalmente da riconoscere quelle effettuate.
DRRR."Pronto? Silvia! Che sorpresa inaspettata! Come dici? Si, lo so da me che se è una sorpresa è per forza di cose anche inaspettata, ma volevo rafforzare il concetto un po' come fanno i bambini rapitidalla propria meraviglia! Non ti piacciono i bambini. Si, anche a me incuriosiscono i reality, non me ne perdo uno. Il disfacimento post-moderno della socialità che si sbriciola mattoncino per mattoncino e noi, stravaccati sul divano, in compagnia di una birra gelata, ad ammirarne il tracollo decretandone la fine conpiglio apatico e forse un po' annoiato. Come dici? Non intendevi dire questo, parlavi dei flirt e del profluvio di parolacce di cui sono portatori? Mi rendo conto, lo smarrimento del senso di dignità personale e la sua conversione in qualcosa di più telegenico. Ah, neanche questo era ciò che intendevi. Bene. Come dici? Certo che mi va di parlarne a cena. Dove? A casa tua? Questa sera? Alle nove e mezza? No, no, nessun impegno, alle nove sono già sotto casa tua, come Max Pezzali. No, non è un mio amico, è una storia lunga, ne parliamo a stomaco pieno. Ok, porto da bere ed un pizzico di logorrea alcolica. Ciao, ciao, ciao, a dopo. Ah, mi raccomando, niente cucina creativa di derivazione orientale, niente ciotole ming. Ciao". DRRR "Chi è? Paolo! Impenitente segaiolo! Visto il Milan che grandinata? Questa sera? Impedibile partitone alle nove? La sfida del secolo? La dinamo dark, che poi saremmo noi, contro l'athletic voltaren? All'ultimo sangue! Da non perdere! Il pallone lo portano loro? Bene, bene, vinceremo il tricolor! Come dici? Si portano pure il pubblico? La solita platea di sgallettate tutte urla isteriche e tette piccole? Sì, buona questa, per loro sarà peggio che guardare "manuale d'amore". Neanche con la scabbia me la perdo! E poi, come fareste senza il vostro fantasista dai piedi di velluto? Ok, alle otto e
mezza al campo, porto le bandiere e le trombette, così prepariamo la coreografia. Si, si, si vinceremo il tricolor! Adesso ti lascio; devo risolvere una rottura di palle di due minuti fa e sono da te. Forza dinamo! Ciao". TPTP "Pronto Silvia? Ciao sono io, Gigi. Ti disturbo? Ho capito, stavi davanti alla televisione, e con le spalle al futuro. No, niente, niente. Mi devi perdonare, sono un incorreggibile sbadato. Mi sono appena ricordato di una terrificante rottura di scatole, malauguratamente inderogabile. Si, per via del lavoro. Devo scrivere un pezzo sul giornale da consegnare domani mattina, sai che palle! Su cosa? E sì, su cosa? Sull'ermeneutica sistematica del metodo. Come che cosa sarebbe? E appunto, non lo so, devo studiare, devo approfondire. No guarda, nemmeno ceno, ordinerò qualcosa al ristorante cinese. Guarda, mi dispiace tanto. Ti prego di non prendertela. Ascolta, ti propongo di recuperarla domani sera, andiamo al centro, offro io, e non ci pensiamo più. Ok, grazie, sei un amore, ti mando un bacio grande. Che dici? Ti rimetti a vedere la tv. Bene, bene, ottima idea, ti fa crescere sana. Ciao, a domani". DRRR "Pronto, chi è? Paolo! Ho il sinistro che è un ira ti tio, un laco di sangue, terremoto e tracetia; i voltaren si vergogneranno a mettere piede fuori casa per più di un mese, sono bello carico. Secondo te, calzettoni rossi o neri? Come non si gioca? Come partita saltata? Come errore nella prenotazione del campetto? Come diverbio estremo con il gestore, al limite dell'attacco canino alla giugulare? Ed il mio sinistro che fa, ora? Noooooo. Non vinceremo più il tricolor. Voltaren vi odio. Delusione. Sconcerto. Abbattimento. Depressione. Crisi d'astinenza perforante. Sicuro che non si può far nulla? Nulla. Ti saluto. Vado ad iscrivermi all'inter club". TPTP "Silvia, scusa, sai che ti dico? Fanculo al lavoro, fanculo agli impegni e fanculo all'ermeneutica, viva la vita e viva la cucina giapponese, gli aperitivi in smoking, e le ciotole
ming!inventerò una scusa con il capo, tipo funerale della nonna o sesso tantra con Rosi Bindi, e chissenefrega. È valido ancora l'invito? Sei una cuoca impareggiabile, che offre la casa stasera? Ah, hai già preso un impegno. Pazienza. Sarà per un'altra volta. Che fai di bello? Come esci con Paolo? L'hai chiamato, lui aveva il calcetto e glielo hai fatto disdire. Andate a vedere "Manuale d'amore". Ok, buon divertimento, ciao, vorrà dire che mi rimetterò al lavoro. Ermeneutica e depressione. Si, salutamelo, certo. Ciao". TPTP "Pronto? Vigliacco! Giuda! Traditore! Palle mosce! Infame! Errore nella prenotazione?
Diverbio estremo? Come cazzo hai potuto farti accalappiare da quella smidollata senza cervello, impasticcata di telepromozioni e reality, dal quoziente intellettivo in cerca di sponsor! Io la lascio al suo misero destino e tu . Ah ciao, Silvia, non avevo riconosciuto la tua voce. Ho sbagliato numero. Stronzo. Non me la farai neanche immaginare. Segaiolo sono io. Ha riattaccato. Ma vaffanculo a tutti e due".
Sono rimasto solo. Solo con l'ermeneutica.Redrom
"Confessa, cazzo, mi tradiresti con una diciottenne?".
07 Maggio 07
Esiste sempre un prezzo da pagare. Soprattutto per i vizi e gli sciali. Diceva mio padre che nessuno dà niente per niente, salvo contraddirsi lui stesso, incantevole e mirabile antinomia che si materializza in frasefatta, che non una, e nemmeno due volte, mi somministrò ceffoni a mano piena, senza apparente motivo alcuno, per puro ed innocuo hobby paterno. È così che se di domenica pomeriggio desidero gustarmi, caldi caldi fumanti, i gol delle partite appena conclusesi, non posso esimermi dal sintonizzarmi su controcampo e sorbirmi senza battere ciglio, oltre che le montature oltre modo naif di Mughini, ed il piglio caciarone vagamente maniacale di Maurizio Mosca, il commento iperspecialistico di Elisabetta Canalis. Ormoni in subbuglio assoggettati a frustrazioni protofeudali, la ammiro e la ascolto soffermarsi sulle geometrie vaporose di un allenatore, piuttosto che sulla sublime tecnica di palleggio di una mezzapunta. E mentre accavalla le gambe, per sottolineare l'equilibrio tattico di una formazione, mi sforzo penosamente per non assecondarla, e per non dargliela
vinta. L'essenziale, comunque, è che continui a repellere e tenere a bada l'effetto reality, presente oramai dappertutto nella televisione, di cui è portatrice sana. Vale a dire che la corsa al ribasso, la continua richiesta di venire inondati di merda, che puzzare puzza, ma è anche viscida ed appiccicosa, ed addosso fa proprio schifo, questa serie di calamità sociali e di casi umani alla rinfusa, rimangano debitamente confinate dentro la televisione. A proposito della Canalis, c'è
stato un film che, visto al cinema, mi procurò lo stesso urgente e tremebondo effetto. Si tratta de "L'ultimo bacio", dell'ex compagno della qui presente gnocchetta sarda. Una storia mielata di trentenni che non voglio diventare grandi (più o meno come tutti noi, ma senza assomigliarci neanche un po'), che si avventurano nel matrimonio con qualche coetanea annoiata e paranoica, giusto per innamorarsi di una diciottenne. Che hanno moglie e anche figli, "e non ci stanno più dentro", e scappano in Africa col furgone. Tristezze così. Distribuite come fossero generi di prima necessità. Così quando uscì dal cinema dopo aver visto il film, sentì subito il bisogno di sfogarmi con qualcuno, ma quel qualcuno, la mia ragazza di allora, fu più
lesta, nonché più incisiva e femminile: " Ma tu mi hai già tradito con una diciottenne, o sei in procinto?". " ma non è questo il punto ". "confessa, cazzo, mi tradiresti con una diciottenne?". Che palle al cubo. Se posso, a distanza di qualche anno, eruttare senza remore la mia frustrazione ed il mio giudizio frustrato su "l'ultimo bacio" lo faccio. E lo faccio subito. Io, ed i miei amici, quando veniamo lasciati dalla fidanzata, non abbiamo mai pensato di scappare in Africa col furgone. Che banalità. Ce ne andiamo tutti insieme nello scantinato di Mimmo con qualche litro di superalcolico, qualche grammo di erba, ed un film di Kubrick pronto all'occorrenza. Alcool, maria, e lacrime, in ordine sparso e variegato. E di diciottenni, eccezion fatta per il calendario della Canalis appeso al muro ed infilzato di freccette, sistemato là per infrangere la limitata umana dimensione, neanche l'ombra o l'odore. A parte ovviamente qualche altra porno diciottenne in evidente desabillè distribuita senza ordine logico sulle pareti, che in realtà ha trenta o quaranta anni, ma portati molto bene.
Redrom
Coppola, MTV e BMW = Marylin Monroe
27 Aprile 07
Mi capita molto di frequente di girarmi per dare uno sguardo a quello che succede dietro di me, a quello che ho fatto e mi sono lasciato alle spalle come una specie di provvida eredità. Guardare al passato per interrogarsi sul presente. Funziona, e se non altro, rende meno pretenziosi. L'altro ieri mi hanno prestato un disco meraviglioso: suonato bene e pensato anche meglio. "Dividing opinions" degli italianissimi Giardini di Mirò. Musica rumorosa ed emozionabile per orecchie curiose. Ricordo in che occasione conobbi questi musicisti; me li presentò (si fa per dire ) Massimo Coppola, autore e conduttore di Brand:New, un rivoluzionario programma che su Mtv, da mezzanotte all'una, da lunedì a venerdi, dal '99 al 2001,
proponeva gustosi videoclip di gruppi indie, introducendoli con oblique divagazioni narcise su argomenti vari, che però dimostravano un nesso molto sottile e molto affascinante con la canzone che sarebbe andata in onda a breve. Che ne so?, parlare dell'epistemologia del due di picche per introdurre i Radiohead, discutere dei centri commerciali e degli atelier e dei non luoghi in genere, per presentare gli Air. La scenografia dello studio era splendidamente minimale: una stanza a forma scatola cubica tutta verde vivo, interrotta da una striscia orizzontale bianca proprio al centro, una poltroncina rosso fuoco ed un telefono. Il conduttore usava un terminologia molto chic, senza essere radical, e molto attuale, senza essere giovanilistica. Amava termini come "post-moderno" o "situazionista". Amava immedesimarsi in sfigate situazioni di rimorchio telefonico. Un'attenta analisi della contemporaneità post-moderna, delle sue contraddizioni, delle sue meschinità irrisolvibili, inglobava come un chiodo fisso le sue argomentazioni. Allo stile delle sue incursioni, redrom deve moltissimo: essenziale, dalla sensibilità estetica particolarmente raffinata, forse un pizzico snob, caustico, mai volgare o offensivo, piacevolmente equivoco ed ondivago. E quella maledettissima ora dopo mezzanotte, mi trovava attaccato al televisore, modello cordone ombelicale. E quando non potevo, registravo il programma. Poi trascrivevo (leggasi sbobinavo) qualcuno dei suoi interventi. Mi sono chiesto se questo mio pezzo vuole essere una specie di omaggio alla sua fertile originalità da cui ho pescato a piene mani. Mi sono risposto che, nelle mie condizioni attuali, posso tranquillamente disinteressarmene. Sta di fatto che da oggi, dopo aver ripreso le mie trascrizioni di allora, ogni tanto ve ne proporrò qualcuna, particolarmente geniale e rappresentativa della mia insicurezza interiore. Come questa risposta in diretta ad una lettera di un telespettatore (introdotta da una sigla davvero fantastica: New York Telephone Conversation). Lettera: caro Massimo, noto che
manifesti troppo spesso il tuo odio nei confronti di Berlusconi. Mi chiedo che senso abbia insultare un personaggio politico all'interno di un programma tv, che come il tuo, non dovrebbe avere nulla di politico. Anche se Mtv prende i soldi dalle multinazionali e va verso una certa politica (esempio: il tuo programma è sponsorizzato dalla BMW, auto da merdoso capitalista) coerenza non ne vedo. Ti saluto. Paolo. Risposta: Caro Paolo, mi sembra tu sia un po' confuso. Ma andiamo con ordine. Primo, io non odio Berlusconi, è lui che odia me. Ed io che dovrei fare? Porgere l'altra guancia? Secondo, perché mai la mia trasmissione non dovrebbe avere nulla di politico, se tutto quello che fai è politica? Voglio dire, compri i surgelati al posto del biologico? È politica. Offri la cena alle ragazze che vuoi portarti a letto? È politica. Compri la parabola e la porti allo stadio per scagliarla addosso agli ultrà avversari? È politica. Terzo, Mtv non prende i soldi dalle multinazionali, è lei stessa una multinazionale. Sono io che prendo i soldi da una multinazionale. Infine, non vedo cosa c'entri la BMW con Berlusconi. La BMW paga Mtv per far vedere il suo marchio. Ancora non si è presentata alle elezioni, né ha migliaia di processi sul groppone, né tanto meno va a cena con Dell'Utri.E
soprattutto, io la BMW non ce l'ho mica. Urgono rimedi. Telefono alla BMW: "pronto BMW? Buonasera sono Massimo Coppola, quello che vende idee infilate tra gli spot delle vostre macchine. Stavo facendo due conti mi segua dunque io sono un conduttore tv, giusto? Ed in quanto conduttore, devo condurre, giusto? Ora se non ho un mezzo da condurre, che cosa posso mai condurre? Bravo! Ecco, è quello che volevo dire. Si grazie la vorrei grigio metallizzato. Senta, non è che ci si può mettere una scritta sulla fiancata? Si? Bene. "Berlusconi vaffanculo" ci sta? Grazie, grazie, arrivederci." Redrom è decisamente figlio di un dio minore, che quando ha messo incinta sua madre, pensava a Marylin Monroe.
Redrom
I pray, Mr. Lambs
19 Aprile 07
Greg Dulli è un individuo vagamente americano, di media altezza e media pettinatura, sorridente, per lo più, ma talvolta anche enigmatico, sufficientemente tozzo e voluminoso da assomigliare ad un americano, dall'umorismo sufficientemente sguaiato, che annaspa tra il classico "cià", ed i non meno originali "pompini" e "m' piac' 'talia" , da esserlo proprio. Di mestiere fa il musicista, ma per la verità lo fa bene. Ha suonato fino a qualche anno fa in una band seminale per il sottobosco indie alternativo, gli Afghan Wings. Nonappena la band si disintegrò, avendone ancora, contattò amici e parenti, e mise insieme un nuovo gruppo, tuttora sulla scena, i Twilight Singers. I posteri italiani però, lo ricorderanno prevalentemente per la sua simbiotica amicizia con l'alter ego mediterraneo di nostro signore, Manuel Agnelli. Fu così che circa un
anno fa mi recai alla data romana del tour mondiale dei Twilight Singers, coadiuvati, per le tappe italiane, dalle tastiere vintage del leader degli Afterhours. Che bello, pensai, finalmente potrò ammirare come sta addosso a Manuel il vestito da comprimario, se riuscirà a tirare avanti fino alla conclusione, o piuttosto inonderà tutti gli astanti con la sua abbacinante luce divina, prima di rimpossessarsi della postazione a lui più congeniale, quella del microfono al centro del palco. Durante il preconcerto, nella sala a fianco, mentre mi arrovellavo nelle mie insolubili spossatezze interiori, mi abbagliò quella luce quasi divina: era lui, Manuel. Aveva una camicia nera aderente, con annesso pelaccio in fuga, giacca di pelle, jeans a zampa, ed un baffo inatteso. Chiacchierava con interesse con una ragazza carina, ma davvero carina, che ne sembrava felicemente
partecipe. Sarà stata una fan, o più probabilmente una devota. Mi chiedevo di cosa parlassero, in un improvviso sussulto di invidia e gelosia. Ad un certo punto, lei ride (bella) di gusto e fa per abbracciarlo, lui accetta di buon grado l'effusione, ma subito dopo se ne allontana: bravo Manuel, l'innata pulsione attrattiva verso il sublime deve essere incoraggiata ma contenuta, penso. Fino a che, in seguito ad un lungo monologo del divino, lei (bellissima) saltella un paio di volte e ride annuendo: l'ultraterreno somministra sapientemente la speranza della trascendenza, ma con equilibrio e ponderatezza, concludo, e spetta alla spontaneità dell'uditorio la pratica dell'assimilazione. Ancora, lui discute gesticolando con pacatezza, lei (bellissimissima) replica ai suoi gesti ed infine tenta di mostrargli un oggetto opportunamente estratto dalla tasca: il divino incoraggia il fedele ad instaurare con sé un dialogo diretto,non disdegnando di esibire i propri requisiti, è la mia inossidabile impressione. E mentre mi arrovello furiosamente in queste congetture su Manuel, e sull'evento mistico in cui sono, sia pure indirettamente, coinvolto da spettatore, tentando con affanno di appropriarmi di un qualche barlume di perfezione,
mi accorgo brutalmente di una cosa: che da un quarto d'ora circa, di Manuel e della sua celestialità, del pelo scamiciato e dell'eloquio milanese, non me ne può fregare di meno. Quello che faccio è guardarla, guardarla, guardarla. Stupenda e reale. Carne e rossettoscarlatto. Capelli lisci e calze colorate. Forse mi sono innamorato. Cosa voglio dire con tutta questa storia? Non ne ho idea; però, da allora, prima di mettermi a letto, la mia preghierina la dico ogni sera.
Redrom
A volte ritornano.
15 Aprile 07A volte ritornano. Mi riferisco agli emigranti di tutte le generazioni e le tradizioni sociali in terra calabra.
Con treni, aerei, mezzi propri. Anche a piedi. A volte ritornano. Festanti ed un po' rintronati. E si fermano poco, giusto il tempo di farsi corrompere dalla voglia, che diventa piano piano bisogno, fino a trasformarsi in esigenza compulsiva, di ripartire. Straniero in patria non sono di certo le parole giuste, ma sono le prime che mi vengono in mente. Non ancora assorbito il fuso orario mentale, con cui ogni fuorisede deve fare i conti, mi rendo piacevolmente conto, prestando distrattamente attenzione alle parole vaporose ed aggraziate di un telegiornale locale, esperienza mediatica che ognuno di noi dovrebbe esperire, almeno una volta l'anno, anche solo come svagato uditore, vengo edotto del nuovo angoscioso problema che affligge la mia bellissima terra: l'accattonaggio. Azioni congiunte delle forze dell'ordine locali, dislocate argutamente nei pressi di chiese, incroci semaforici, piazze principali e stazioni ferroviarie, hanno sgominato una pericolosissima banda di attempati cinquenni di origine slava, molto abili a tendere la mano destra (ed i più smaliziati, anche quella sinistra) con il palmo rovesciato nell'atto di estorcere surrettiziamente preziosissimi spiccioli agli autoctoni di questa bellissima e sospettosa terra. Poi mi distraggo. Penso ad una miriade di dettagli che non intendo riportare. Il telegiornale continua. Goffo e disarticolato non sono le parole giuste, ma le prime che mi vengono in mente. Si parla di un omicidio di un venticinquenne operaio incensurato, e del fatto che, purtroppo, gli inquirenti non possono giovarsi di
alcun testimone. Si parla di qualche cadavere ritrovato per caso, come fosse reperto archeologico, o più banalmente voglia di scopare. Rassegnazione molesta e diffusa non sono le parole giuste, ma le prime e le uniche che mi vengono in mente. In questo minestrone insipido che è l'informazione nella nostra regione, chi è avvezzo alle incongruenze e alle contraddizioni ci sguazza con disinvoltura disarmante. Chi avvezzo non è, ne rimane impigliato. Poi, in tarda nottata, stravaccato su una poltroncina sistemata nel giardino della mia seconda casa, in questa bellissima, sospettosa e sonnolenta terra, a cui è stato dato il nome di Blu Dahlia, mentre giro una saporitissima sigaretta di tabacco per accompagnare la sedizione di quella spietata sambuca nera di cui vi parlai, un paio di corpulenti giovanotti infiammati di giallo, con ottimi propositi equamente frazionati tra il cavallo dei pantaloni e l'interno del cappello, giusto per introdurre uno spassoso diversivo nella monotonia, decidono di denudarmi completamente, e rivoltarmi sottosopra l'autovettura, e nel contempo, farmi notare come sul mio volto e nei miei modi si annidasse l'instabilità sociale, il piglio anticocaina ed antisistema di un consumatore di canapa. Sul momento, sopraffatto dai modi da minatore dell'ottocento, devo ammettere, non ho apprezzato la carica esilarante del loro meticoloso tentativo, ma in seguito, proprio quando stavo rivestendomi e avvitando il catarifrangente della freccia sinistra, ho capito tutto, aiutato dalla ragionevolezza del più loquace e disinibito dei due tutori della legge. Ho capito che per accettare la
congiuntura sociale della mia bellissima, sospettosa, sonnolenta ed irrecuperabile terra, per convivere con tutti gli operai, i medici, i politici assassinati, con la miopia diffusa, e la provvida chiusura interiore, bisogna dare il segnale che il sistema funziona, nella sua degenerazione, e che scaglia il proprio braccio armato contro le anomalie situazioniste, e le turbative deviative, come l'erba e l'accattonaggio. Non esiste un mondo senza problemi e disfunzioni, il punto sta proprio nell'individuare quali essi siano. A quel punto, avrei voluto abbracciare il finanziere e ringraziarlo, incensare il suo eloquio slacciato, la sua supponenza superiore, le sue ragioni di acciaio, la sua illuminante disamina della mia reale realtà. Ma non lo feci, senza sapere perché. Surreale e definitivo non sono senza dubbio le parole esatte, ma le uniche che mi vengono in mente. Chissà se i finanzieri ne possono realmente apprezzare il significato, come già da tempo fanno i rom.
Redrom
Prada e i giapponesi
22 Marzo 07Ieri sera ho visto al cinema l'ultimissima fatica di Clint Eastwood, "Letters from Iwo Jima", indovinata epopea minimalista del riflesso della guerra sull'animo umano, anche il più ostinatamente irreprensibile. L'episodio su cui è incentrato il film risale alla seconda guerra mondiale, e narra l'assurdo martirio
dell'esercito giapponese, che nel perverso tentativo di difendere ad oltranza la sterile e ventosa isola di Iwo Jima, contesa da un esercito americano ormai alle soglie del trionfo nel conflitto bellico, preferirono farsi massacrare sul campo, in ossequio alla tradizione culturale orientale, piuttosto che alzare bandiera bianca. Devo ammettere, la pellicola ha stimolato più d'una riflessione nella mia sensibilità refrattaria all'uso delle armi. Potrei parlarvi dell'intimissimo rapporto, tipicamente esistenziale, del guerriero giapponese con la morte in battaglia, di quanto sia alieno al nostro; potrei anche parlarvi dell'epica del trapasso, commovente ed amarissima perché focalizzata sull'individuo, ma non lo faccio. Perché, in realtà, non è di questo che voglio parlarvi. Voglio parlarvi del fascino che la tradizione culturale giapponese, con i suoi continui risvolti morali, frammisti a una leggerezza esistenziale (chi conosce i Pizzicato Five?), esercita su di me. I giapponesi sono persone straordinariamente interessanti. Odiosamente smarriti dietro quegli occhiali che trucidano ogni fantasia, quelle macchinette fotografiche come radar della sensibilità, quelle gonnelline cortissime che sanno di eiaculazione precoce, quella compostezza orientale che assomiglia moltissimo alle loro giacche, che si toglieranno forse per scopare, anche se a pensarci bene, non riesco ad immaginarmelo un giapponese nell'acme del piacere senza farmi scappare un sorriso di solidarietà. Se mettiamo da parte il cannibalismo turistico, e la frenesia patologica dell'indice nell'azionare l'otturatore, vengono in Italia per un unico motivo. Acquistare duecentomila
preziosissime blusette Prada e tornare subito indietro. Incrementando il proprio livello di soddisfazione ed amor proprio. Come in quel lungometraggio affascinante che era in concorso qualche anno fa a Venezia, Scout man, di tale Masato Ishioka, in cui si narra della vita dei talent scout del porno giapponese. La loro tattica è elementare: fermano ragazzine per strada e spiegano loro che girando scene porno possono fare una montagna di soldi per comprarsi quintali di borsette Prada. Molte accettano. Altre hanno subito un'idea geniale, tipicamente giapponese, che spiega tante cose. Tornano a casa. Preparano un bel sushi e del sakè caldo aspettando che rincasi il loro papà. Gli portano le pantofole, lo fanno accomodare in poltrona e gli dicono: "Papà, oggi mi è successa una cosa terribile. Mi hanno offerto di fare l'attrice porno. Mi hanno detto che si guadagna così bene che puoi saccheggiare tutti i negozi di Prada d'oriente. Non è terribile? Ah, papà me li dai o no i soldi per andare ai saldi a Milano?"
redrom
"Non puoi di certo lavorare in un call center se dici "cat"
14 Marzo 2007
È notizia di questi giorni il tramonto, fisiologico ed autodispensato, del regno di Jacques Chirac. Tra antieuropeismo, prima convinto poi ripudiato, neocolonialismo atomico, chiedere per questo a Mururoa, pulsioni conservatrici, un po' manesche, e spinte riformatrici cosmetiche, si può dire tutto di lui, tranne che non abbia lasciato la firma. La pecca, però, che più non si riesce a digerire è la sua endemica incapacità di scegliersi i collaboratori. Ed i successori. Allons enfant de la patrie, Nicolas Sarcozy est arrivé. Proprio lui. Il pugno nazionalpopolare di ferro contro la negritudine franco-africana (che quando fa vincere il mondiale del '98 è più francese, e quando si ribella è più africana) che mise a ferro e fuoco l'interland parigino, e quello delle più grandi città transalpine, solo per rivendicare alcuni diritti civili. Al solo sentir pronunciare dalla tv il nome di Sarcozy, con questa zeta molto effeminata, mi rivolgo col pensiero a quelle scene di un paio si anni fa.
Le periferie parigine non sono dei quartieri veri e propri, sono piuttosto degli agglomerati di tane. Un ammasso di palazzoni di cemento di dubbio gusto, risalenti alla fine degli anni sessanta, che hanno cementificato gli spazi suburbani delle grosse città franzose. Accessibili a tutte le tasche. Ricordo benissimo la prima volta che vidi "l'odio" di Kassovitz, film che diviene involontariamente portavoce di tutte le instabilità sociali, non sono di quelle che parlano francese, sotterranee, ma terribilmente pulsanti. Ricordo l'espressionismo volutamente pacchiano dei tre protagonisti, l'esigenza ineludibile di vivere prendendosi tutto, e consumandolo. Nei giorni dei disordini parigini, con una proiezione di paonazza banalità, ripensai a quei tre ragazzi, come sto ripensandoci ora, e riprendo in mano una specie di intervista ad un protagonista delle agitazioni letta su internet, ed appositamente stipata. Ancora mi chiedo se non fosse stato Cassell/Kassovitz a pronunciarla. Dice: "Ci si sposta in branco, in quei postacci, ci si annusa, ci si accapiglia, ed alla fine si campa. Si comunica in un francese diverso, periferico, assurdamente moderno, in base a cui quattro si dice "cat", "meuf" donna". A pensarci bene, cose del genere esistono anche in altri posti, molto differenti da questo, ma qui acquistano quella complessità sociale che impedisce l'osmosi col resto della società. "Non puoi di certo lavorare in un call center se dici "cat", non puoi trovare una donna se la chiami "meuf". Campare quasi sempre equivale a delimitarsi una sorta di territorio di competenza, occorre essere intrepidi, non politici, ribelli. Quanto alzi a fine mese tu che mi disprezzi? 10.000 franchi? Io ne porto a casa il quadruplo. Tu che fai? L'insegnante? Io spaccio. E ora facciamo un po' i conti: quante macchine sai incendiare? Quanti bastardi sbirri (flic) sai fottere (niquer)? Io sono il vero eroe, tu sei un labirinto, io ora vinco, tu forse quando andrai in pensione, ma ora è il mio momento e nel mio momento si incendiano macchine, si lanciano sassi e chiavi inglesi. E se dovesse arrivare un angelo, uno di quelli buoni, belli e traboccanti di saggezza che ti fanno sentire più sicuro, prima me lo inculo e poi lo finisco a sprangate. C'è tempo per perdere ed io ho perso per troppo tempo e perderò per troppo tempo, ma ora vinco e finché vinco gioco io". Più chiaro di così. E, badiamo bene, non è passato questo, e nemmeno futuro. Sento che mi fa male la testa e che avverto di essere parecchio disorientato. Basta, ho bisogno di aria frasca, di distrarmi. Di distrarmi, soprattutto. Vado ad incendiare la macchina di Kassowitz.Redrom
La Grande Abbuffata
07 Marzo 07
Sono certo che tanti tra di voi avranno visto "La Grande Abbuffata", lungometraggio degli anni '70 di Marco Ferreri, tanto aggraziato quanto feroce e disturbante, in cui vengono narrati gli ultimi giorni di una comitiva d'amici che decide di chiudersi in una villa e togliersi la vita ingozzandosi a dismisura di cibi prelibati e ricercatissimi, accompagnati in questo intento ardito da Andrea Ferrèol, nella parte di una maestra elementare conosciuta casualmente, autentico angelo della morte oversize. Sono altrettanto certo che chiunque abbia visto il film, non abbia potuto evitare di scontrarsi con la seguente considerazione, e cioè che morire mangiando, morire scopando, morire dormendo, o morire dopo aver visto il Milan, in vantaggio di tre reti, perdere incredibilmente ai rigori una finale di coppa campioni, rappresenti una delle migliori morti che ciascuno possa augurare a sé. Fu quest'ultima, la riflessione, assolutamente scollegata al precedente cinematografico, che uscì dalle fauci di uno strano tizio, assai corpulento e vermiglio in viso, che ebbi modo di conoscere ad una cena a casa di un mio amico. Dall'alto del suo humor agghiacciante, del suo stomaco insaziabile e della sua mandibola strepitante, ingurgitava notevoli quantità di cibo e di vino, ed intratteneva la platea con un motteggiare maschilista e sboccato, sia pure, in tutta onestà, intrigante nella sua nichilistica coerenza e nella sua assenza di un centro di gravità. Insomma, un Borghezio un po' più giovane. Quando mi chiese, quale, a mia volta, fosse la "mia morte ideale", non seppi rispondere; non ricordo se per schietta indecisione o per rifiuto di sostenere le sue tesi, ma fu così. Ci ripensai qualche pomeriggio fa mentre, ammirando la vetrina di un negozio di biancheria intima, e meravigliandomi di come la disposizione della merce, e la merce stessa, fosse una metafora del mio garbuglio interiore, lo scorsi dentro lo stesso negozio gesticolare con una commessa e la di lei procacità. Ogni città italiana che si rispetti, si specchia nella sua zona commerciale, stracolma di negozi, e meta del pellegrinaggio sciamanico, e poco meno che orgiastico, di individui delle derivazioni, per così dire, socio-culturali, fra le più svariate: donne in carriera dalla multiforme personalità, ferita dall'ineluttabilità del quotidiano, bisognose di sfogo; coppie giovani fuori e vecchie dentro, o anche vecchie fuori e giovani dentro, alla disperata ricerca di quell'indecifrabile verità nascosta dentro un capo d'abbigliamento; e soggetti socialmente poco raccomandabili che, come me, si ritrovano in quel meraviglioso ritaglio di XXI secolo per qualche strana casualità, scaturita da un sovrappiù di tempo a disposizione. Ma la rifulgente regina di tutto ciò è indubbiamente lei, la vetrina, incolpevole interlocutore privilegiato delle umane aspirazioni, ma in questo caso inedita madelaine proustiana. E nel momento in cui il nostro amico brandiva un perizoma rosso vergogna in faccia alla commessa, finalmente, trovai il coraggio di ammetterlo: non voglio morire mangiando. Di certo, non avrei voluto morire mangiando la sera in cui ti conobbi. Mi sarei perso la scena, vero e proprio distillato di umorismo autoflagellante, in cui, dopo avere ruttato come un facocero preamplificato, vomitasti quella cena e quel vino proprio addosso al vestito nuovo della ragazza con cui ci stavi provando.
Redrom
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A Paperopoli ..
27 Febbraio 07
Al di là di ogni discorso plausibile sulla contemporaneità, che non è per nulla banale iniziare e poi condurre fino alla conclusione, per colpa del concetto stesso della contemporaneità, il cellulare, inteso come apparecchio telefonico senza fili, è un oggetto straordinariamente comodo. Sono convinto che ne potreste convenire. La scienza ha generato la tecnica, ed insieme la tecnologia, la quale ha finito per impossessarsi della scienza e della tecnica. Nonché dell'uomo stesso. L'inarrestabile marcia del progresso e dell'innovazione tecnologica, in barba alla realtà della taglia di un vestito, o alla monotonia delle papille gustative di ciascuno di noi, produce mostri autoalimentanti, simili a virus informatici, in perenne crescita, a dispetto anche di sè. In poche parole, i cellulari d'ultima generazione fanno schifo, nella loro sovrabbondante completezza. Io ho un cellulare normale, con una suoneria normale. Trilla. Non canta. Non suona. Non fa versi strani, non emette gemiti, non manda musica techno. Trilla e basta. Per altro con un tono basso. Drrrr, così. È evidente che sono in netta minoranza; se non si distinguono per gli U2 che si materializzano alla chiamata, hanno tutti qualche musichetta speciale, che più è sofisticata e cervellotica, più fa impennare il tuo prestigio sociale, e forse l'appetibilità sessuale. Questi motivetti orecchiabili e metallici prima o poi ci renderanno schiavi o automi, ma il problema non è solo questo, nonostante qualcuno difenda il loro valore di diffusione della diversità, della riconoscibilità. In un vecchio Topolino, a Paperopoli, stanno facendo lavori di ristrutturazione alla villa di zio Paperone. La gente però è esasperata dal trambusto dei martelli pneumatici, e allora si rivolge ad Archimede Pitagorico per un rimedio urgente, che arriva tempestivamente: il martello pneumatico musicale. Al posto del terribile rumore, diffonde Beethoven. E tutti sono felici. Ma non dura. I malati di jazz si lamentano: "basta musica classica, vogliamo Miles Davis!". E così gli amanti del rock. Dell'elettronica. Alla fine dei conti, un casino. Rivolta sociale incontenibile, capeggiata dai tassisti, che quando c'è da menare le mani, non si tirano mai indietro. Allora Archimede prende atto del fallimento del progetto, e torna al buon vecchio rumore assordante. E tutti tornano contenti. Di nuovo. E' ora di telefonare all'Archimede delle suonerie. Vado e torno. Aspettatemi qua.
REDROM
Radiohead, Negroni e Kierkegaard, ovvero
Tum tum, aut aut, tum tum, bla bla bla
20 Febbraio 07
Mi rendo perfettamente conto di dovermi far curare questa indolente mia pulsione marchettara che mi istiga a parlare bene del Blue Dahlia nel blog del Blue Dahlia, ma al prurito non so resistere. C'è da aggiungere che mi taglio spesso le unghie.
Ebbene, quasi in conclusione delle mie scorribande musical-etiliche nel suddetto locale, giusto quando mi riscopro troppo alticcio per prolungare le mie piacevoli conversazioni e troppo lucido per riversarmi sulle due o tre fanciulle davvero meritevoli di una figura di merda, saluto tutti e mi avvio verso l'automobile, parcheggiata non troppo lontano. O almeno tento, perché, come le sirene di Ulisse, qualcosa mi richiama irresistibilmente verso il locale: è l'altoparlante. E se non è l'altoparlante, è qualcos'altro. L'incantesimo di Ruggero. Allora mi fermo un altro po', giusto per ascoltare il pezzo, e con la scusa do sfogo alla mia vena querula e relazionale, sopita malvolentieri giusto qualche secondo prima. Per farla breve, avrete capito come va a finire: saluto le stesse persone anche cinque volte, prima di andare davvero verso casa, e mi ricopro allegramente di ridicolo.
Solo che una volta successe qualcosa che turbò quest'equilibrio, fino a stravolgerlo: l'altoparlante mandava Idioteque. Idioteca. La contraddizione era stridente. Non poteva trattenermi una canzone che parla, in fondo, della difficoltà di abbandonare un posto, nonostante lo si desideri.
Idioteque. Ad un certo punto, nella quotidianità di ogni rockband di successo, arriva il momento di dare sfogo all'esigenza di scrivere una canzone da discoteca, per parlare male della discoteca, e magari anche della musica da discoteca. Tom Yorke, androide paranoico dei Radiohead non fa certo eccezione in questo, anzi. Francamente, penso che tutto ciò sia straordinariamente normale. Il fatto è che a nessuno degli abituali frequentatori della discoteca salterebbe mai in mente di scriverci sopra una specie di riflessione poetica e filosofica. La vita viene di solito prima. Quindi, è lecito immaginare che Tom Yorke, una sera che non potrà mai dimenticare, sia stato trascinato in mezzo ai morbidi cuscini di un privè, come è capitato a tutti noi, almeno una volta nella propria esistenza, e si sia sentito più alieno del giusto tollerabile. Anzi, al terzo negroni, mentre nell'aere la maleducazione dei bassi si faceva fastidiosa, credo proprio abbia percepito distintamente di essere in trappola, con o senza karma. Che è pressappoco quello che succede a chi si fa trascinare dagli amici in discoteca, facendosi anche convincere a lasciare la macchina davanti al bar: che la prendi a fare, non vale la pena, ci andiamo tutti con una soltanto, siamo cinque!. Errore catastrofico, che, ahimè, ho compiuto, ma che non compirò mai più. Quando vado in idioteca, io porto anche la mia macchina. Anche se siamo solo in due, ed il mio amico ha le natiche a forma di sedile. Allora entro, mi guardo attentamente intorno, e cerco di acclimatarmi. Poi solidarizzo con gente che se ne sta appoggiata passivamente ad una colonna, con l'espressione seria da idiota depresso, senza averne grande colpa: è colpa delle luci blu e verdi e dello speaker. Io solidarizzo. Loro ne approfittano. Attaccano a parlare di Hegel e Kierkegaard. Kierkegaard soprattutto. Della cosmogonia dantesca o del principio di indeterminazione di Heisenberg. Tum tum, aut aut, tum tum, bla bla bla . Allora guardo l'orologio del cellulare, dico che per me è molto tardi, e che voglio andare a nanna. E lo faccio. Perché io ho la macchina nel parcheggio della discoteca, io.
Redrom
Così parlò la farabutta.
12 Febbraio 07L'altra sera a cena, mi sono mantenuto leggero, e poi la notte ho fatto un sogno romantico, ammesso che sognare di incontrare un mia ex in un club di Berlino possa essere definito un sogno romantico.
Non si fanno nomi, tanto meno cognomi. Di soprannomi, nomignoli e vezzeggiativi, neanche a parlarne.
Una di quelle tipe così stravaganti ed originali, che stare con lei ha rappresentato un'escursione senza paracadute né scarpette ortopediche sulla mia personale quarta dimensione.
Eravamo parecchio affiatati, ed a modo suo, riusciva a farmi sentire vivo; poi, mi voleva bene. Così tanto che non ce la faceva proprio ad essermi fedele per più di un decina di giorni di fila (quando contrasse la mononucleosi, e dovette restare quindici giorni in ospedale, ebbi il sospetto, poi dimostratosi non del tutto infondato, che cercò di darsi da fare anche là). Poi tornava, si acclimatava, e sul più bello spariva di nuovo. Inafferrabile, come Lupin, con l'unica differenza che le cose che rubava erano già di sua proprietà.
"Gigi!! " mi urlò addosso, non prima di sfoderare la sua arma tradizionalmente più infima, il sorriso, "che ci fai in questo posto di questa città, a quest'ora?".
Come al solito, l'alcool rivestiva un ruolo da protagonista assoluto, nelle di lei missioni notturne.
"Vuoi la verità?".
"Certo".
"Peccato, mento benissimo".
"Vabbeh, fa un po' come ti pare!"
"La tua carenza di poesia si è terribilmente acuita. Non ti ricordavo in questa versione binario del tram."
Complicato rincontrarla. Poi a Berlino. Complicato come insaponarsi la schiena, o come farsela insaponare. O magari come nascondere l'erezione dopo essere finalmente riusciti a farsela insaponare da una brava. Detto per inciso, una cosa simile mi successe l'estate passata, in un campeggio giù da me in Calabria. Il mio costume da mare, rivelò fin da subito la sua inutilità, in una di quelle tipiche concatenazioni congiunturali, di misteriosissima origine, che trasformano un oggetto, teoricamente alleato, nel peggior nemico. Il costume, dunque, si rigonfiò come una mongolfiera, lasciando intendere una virilità così sovrabbondante, che qualunque navigato attore porno si sarebbe imbattuto in tortuosissimi dubbi esistenziali. Inutile sottolineare che di mio c'era ben poco. Appunto, solo l'infimo raggiro di un costume da mare. "Non credevo che questo docciaschiuma facesse un effetto simile, vedo di non comprarlo più, o magari consigliarlo a qualcuno", disse la campeggiatrice insaponatrice, sottolineando l'avvenimento con quella perfidia che solo le donne, e anzi solo certe donne, sanno brandire. "Sarà il vento che dilata la percezione del mio ego ", risposi barcamenandomi, ma solo un pochino, "o sarà che certe volte può essere sufficiente uno starnuto", conclusi. "Grosso rischio avere il raffreddore quando sei nei paraggi, che ne dici?" mi fulminò senza alcuna pietà.
"Sono a Berlino ad incontrare un amico musicista. Lui stasera non è in città, o è come se non ci fosse, ed io ho deciso di fare una passeggiata terapeutica. Una di quelle che mi liberano delle tossine e mi intossicano di ricordi, e di buone intenzioni miseramente frustrate. Con una serie infinita di pensieri che si divertono ad inquietarmi, come tante suore in un'unica fila indiana, in attesa imperturbabile del sacramento dell'eucarestia. Poi, lo sai; adoro la malinconia: è una questione prevalentemente quantitativa, dura più dell'allegria e fa meno rumore. E se non la reggi puoi sempre suicidarti o guardare un reality".
In rigoroso ordine cronologico, la mia ex eseguì le seguenti operazioni: mi ascoltò con un qualche interesse, mi guardò negli occhi, rise di gusto, rubò un drink ad un crucco particolarmente ormonale e particolarmente biondo (sperai per lei, ma soprattutto per me, che fosse un suo conoscente), bevve qualcosa che si definirebbe un sorso, rovesciò il rimanente per metà sui suoi jeans non ancora così devastati per poter venire indossati con soddisfazione, e per metà sulle mie scarpe da tennis con i lacci arancioni, restituì il bicchiere vuoto ad un crucco tarchiato, evidentemente differente dal proprietario legittimo del drink, ma non per questo meno serioso, caratteristica questa che rende i tedeschi unici nella loro rigidità, e mi disse: "Svegliati Gigi. Basta sognare cazzate. È tardi e la solita giornata sfigata per individui sfigati, che sognano episodi che solo la fantasia deviata e paranoica di uno sfigato può sognare, ti aspetta. Buongiorno".
Hai ragione, baby. Anche nei sogni non ti smentisci.
Così parlò la farabutta.REDROM
"Milan lè propi un gran Milan"
7 Febbraio 07A proposito di Milano, ai più è noto che, come se non bastassero ed avanzassero le sfilate di moda, per una volta allanno, la città si presta allassalto forsennato delle schiere di mobilieri, quelli che il design è la frontiera post-moderna dellarte, quelli che le ciotole giapponesi, larte povera ma non troppo, la musica fighetta. E tailleur, tantissimi tailleur, cravattone, scarpe lucide e pelli abbronzate, ragazzi dellufficio stampa e giovani creativi, aperitivi e tartine, olive ascolane e brochure assolutamente incomprensibili su cartoncino patinato. Ma al centro di tutto ciò, cè lei, la poltrona futurista da quindicimila euro. Così. Mi piacerebbe che Carlo Emilio Gadda, milanese dal gusto sottilmente capitolino, fosse ancora vivo. Vorrei vederlo pubblicare un pezzo simile a quello che si scagliava contro la borghesia milanese allinterno di La cognizione del dolore: un puro divertimento che si erge a capolavoro. O anche ammirare i riflessi sociali del craxismo e della Milano da bere, ora che Milano se la sono effettivamente bevuta per intera, ruttandola pure, sulla stessa faccia di Bettino, e dei suoi sodali di merende. E pensare che tutto ebbe inizio quando un tizio sistemò giusto un po di paglia per terra nella sua caverna per stare più comodo. Non avrebbe di certo immaginato di suscitare tale clamoroso spirito emulativo. Pensate a questo antico e selvaggio cavernicolo che torna a casa, cioè nella sua spelonca, e vi trova duecento individui fighetti che bevono Martini e Bacardi breezer commentando il suo pagliericcio. Potrebbe pensare che sono scemi. O potrebbe avere una seconda idea: venderglielo. Tra le due ha scelto sicuramente la seconda. E ci ha fottuti tutti.
Redrom
Marx, Sambuca, sedizione e camicie Blu.
Yeh yeh yeh30 Gennaio 07
Helter skelter. Gioia e rivoluzione elettrica. Quando John Lennon chiese a Gorge Harrison se il riff, quel riff, fosse sufficientemente nevrastenico, probabilmente avrebbe dovuto chiedere se così nevrastenico fosse bastato. O magari avrebbe voluto, ma se lo tenne per sè. E realizzò, sul momento, come folgorato, che la sedizione è misurabile come l'aria in una stanza. Chiusa. Ma con le finestre spalancate. Probabilmente, quando i beatles regalarono all'umanità questo pezzo, non poterono nemmeno ad immagine cosa avrebbe prodotto e cosa sarebbe significato.
Così come successe a me quando mi feci convincere a partecipare ad una lezione, sfigata e angosciata come chi la praticava, sul marxismo contemporaneo. Ci andai probabilmente abbagliato e rincoglionito dal richiamo irresistibile dell'ossimoro: marxismo contemporaneo. Neanche mi dilungo a tratteggiare l'ambiente di quello scantinato umido e della fauna che lo popolava. Non passarono, credo, più di cento secondi che mi proiettai lontano anni luce dalla "vicenda di Yalta", e fu lì che sbagliai.
Incontri del genere vengono organizzati per frustrare la liberta individuale, anarchica e sovversiva, di chi crede di potersi arrogare il diritto di distrarsi. Allora il capobanda dei marxisti contemporanei, quello con la camicia blu notte sotto il maglione grigio, che aveva tanto fiato nei polmoni e tante parole nel cervello, nonostante finora ne avesse spese di parecchie, si rivolse a me: "Che ne pensi, dunque?". Che ne penso? Ricordo che durante le vacanze di Natale, fui soddisfatto di assistere al live esplosivo di un gruppo niente male. Gli Encelado. Suonavano blues sanguigno sedizioso, insudiciato con l'autodistruzione tipica del rock. Ero al Blu Dahlia. Un posto fuori dal mondo, purtroppo in via d'estinzione. Così fuori dal mondo che ci si mette un quarto d'ora di macchina da casa mia. Con la giacca nera elegante del cantante, a separare la Stratocaster, che durante il set seppe dire la sua con dignità e senso della musica, dal diaframma, e con una resa d'impatto da applausi, mi accorsi che per coltivare la trasgressione, ed esprimerla, ci vuole il posto giusto. E mi accorsi che gli Encelado mi piacevano, e che stavano registrando il loro dvd live. C'era una telecamera che si divideva tra primi piani agli artisti e secondi piani al pubblico. Me ne accorsi quando notai la telecamera puntata su di me. Bevevo una sambuca nera e fissavo il batterista. La sambuca era gustosissima e arricchiva, meraviglie della sinestesia, la fruizione di quel concentrato di sedizione, come se anche l'istinto fosse romantico. Quasi certamente la videocamera stava cogliendo questa mia riflessione proprio nella dimensione in cui si era formata, e, quasi certamente, gli encelado l'avrebbero inserita nel loro dvd perché estremamente credibile. Un ascoltatore partecipe mentre esprime la sua totale partecipazione, ma colto di sorpresa, come quando ti fanno una domanda e stai pensando ad altro. "Che ne pensi, dunque?". Che ne penso? "Che l'istinto è un po' romantico, e la sambuca del Blu Dahlia è sediziosa". Per inciso, quella sera, gli encelado suonarono benissimo. E raggiunsero l'acme quando fecero Helter Skelter. Yeh yeh yeh.Redrom
Salame Carciofi e Pomodoro
23 Gennaio 07Da quanto solitamente si apprende durante le lezioni di storia, dopo l'età moderna, età in cui l'uomo, e la realtà tangibile che lo circonda, si riappropriano della centralità che spetta loro, è la volta dell'età contemporanea, che mostra a menti incredule come fosse possibile, attraverso i frutti dell'umano progresso, polverizzare concetti oramai fossilizzati, come tempo, velocità e religione, bicicletta con la dinamo, walkman, festival di Sanremo. Ora, felici e un po' confusi, abbiamo abbandonato quest'era transitoria, per riversarci, finalmente, nell'età dei giorni nostri, l'età delle nominations, grazie alla quale ci è stata restituita la dignità di essere umano pensante che esercita delle scelte. Ed io amo questa democrazia post-orwelliana che parte dal cellulare e dal telecomando, sulle ali del qualunquismo consumistico, giunge al dolce annullamento di sé, e rende tutti straordinariamente uguali e straordinariamente simili! Proprio ieri a pranzo, ho avuto la fortuna di verificare da me quanto fosse vero questo arguissimo concetto. Io mangio panini. Perlomeno durante la pausa pranzo, mi reco in paninoteca e sfogo così la mia fame. Oggi, come sapete, non è più fortunatamente come ai vecchi tempi. Una volta c'era prosciutto e formaggio, la mortazza, o il salamino. Ora c'è la paninoteca, e con essa ci sono il boscaiolo, il vegetariano, il rustico, l'indiavolato. Ed in più, nel mio locale preferito c'è il panino componibile. Funziona così: l'avventore può scegliere i magici tre ingredienti che andranno a comporre il ripieno del proprio panino selezionandoli all'interno di una vetrina con apposite vaschette tipo salumeria. Ricordo che la prima volta ero davvero felice di questa novità: restavo inebetito di fronte alla vetrina cercando di elaborare i possibili accostamenti. La rucola va bene insieme alla crema di scampi? La bresaola si associa meglio al brie o alla mozzarella? Che ne so! Ad ogni modo, sopraffatto dal panico, alla fine ho detto: "salame, carciofini e pomodori". Timidamente ho rivolto lo sguardo verso lo chef al di là del bancone per cercare la sua approvazione, ma lui, senza battere ciglio, mi ha personalizzato il mio panino e si è rivolto altrove. Il giorno dopo sono ancora là. Mi dico, non male, ma oggi voglio cambiare ingredienti. Altri venti minuti di lobotomizzata riflessione, e sparo: "salame, carciofini e pomodori". Beh, alla fine dei conti per tutto il tempo che mi sono sfamato in quel posto, ho quasi sempre preso la stessa cosa. Quasi, perché il giorno del mio primo stipendio ho deciso di festeggiare: "salame, carciofini e paté d'olive nere". Una merda. Ed è stato lì che ho maturato una riflessione. Ci stanno fregando. Vado a comprare i mobili, e me li devo montare da solo, vado a ritirare i soldi e devo fare il cassiere, vado a mettere benzina e devo fare il benzinaio, voglio mangiare un panino e devo fare il salumiere. Va a finire che a forza di farci decidere su cazzate che non contano nulla, stanno tentando di farci perdere di vista le cose importanti. Come le nominations. Evviva il grande fratello.
Redroom
Per Angelo
17 Gennaio 07
Il sibilo frustante di una lama di un coltello che fende l'aria fa quasi più male del colpo stesso. Ma nel mio immaginario, il cielo di Gerusalemme conosce solo suoni fascinosi. E poi la fragranza degli ulivi, l'umore della terra, il profumo della vita della gente, tutto si ibrida seducentemente in questo posto, e restituisce selvaggia ed innocente allo stesso tempo, l'impressione di trovarsi al centro di tutto.
Ora, però sento come se non riuscissi più a mantenermi in piedi, perdo le forze e l'equilibrio. Sento di stare cadendo.
Spesso mi rifugio sotto la pacata ragionevolezza di mio padre, quella sua saggezza mai sentenziosa mi ricorda che la pace è il mio pane quotidiano, la mia unica possibilità, ineludibile e meravigliosa. Qua la pace può significare tante cose, talvolta anche contraddittorie ed instabili, e ciò si percepisce limpidamente, sebbene non sia ancora riuscito a farmene un'idea meno dubitativa; di certo, essa si alimenta dalla speranza che il futuro possa essere migliore, ed il futuro inizia dai bambini, dai loro giochi anarchici, dal loro incontaminato ottimismo. Abbiamo giocato tanto questa giornata, e la loro sincera felicità era anche la mia, ed è stato come se mi consegnassero la chiave per impadronirmi del senso di questa fetta di tempo che sto vivendo.
Ora, però, respiro con più fatica, la vista mi si appanna, e sento il corpo raggelarmi: ho tanto freddo. È strano tutto ciò, oggi è stata una bella giornata. Il sole intenso ed ospitale, mi ha fatto pensare alla Calabria, forse anche per un motivo affettivo.
Tu ora stai scappando, hai portato a compimento il tuo progetto, e mi sgomenta accorgermi quanto odio possa rintanarsi in una persona martoriata, e quanto trovi sfogo in forme di autolesionismo ed autodistruzione, acri e penetranti come quella lama ora sporca di sangue. Mi chiedo come faccio a fartene una colpa, disconoscendo la tua fallimentare battaglia. Mentre la mia saliva si mischia con la sabbia, mi chiedo dove andare a stanare un motivo per avercela con te. Questa gentile serata, questa mia ultima gentile serata, non potrà proteggere la tua fuga: non è facile scappare da se stessi. Il gesto che tu hai commesso, ed io ho subito, è orribilmente più grande di te, di me, di tutti noi. Ho preso l'aereo perché ne sono persuaso, e troppo ho desiderato che la disperazione che fa commettere assurdità come questa potesse venire cancellata per sempre. Ho creduto che fosse giusto, se non doveroso, imbarcarmi io stesso in questo progetto.
Ora sono sdraiato a testa in giù, ho sete, e sento urlare e piangere, riconosco le voci, e mi sforzo ad intendere se siano effettivamente pianti, perché non avrei mai potuto credere che il sole perenne che accende le proprietarie delle voci che ascolto, potesse oscurarsi davvero.
La guerra è la totale negazione dell'uomo in quanto tale, è l'abiura del sentimento, della fantasia, della possibilità. Il sangue che si rovescia sulle cose non si asciuga mai, e anzi emette ininterrotti ultrasuoni, che ne reclamano di nuovo, e poi ancora, ed ancora, fino alla fine.
Credo di aver smesso di muovermi, e di respirare, ma ne ho bisogno. Ora sono solo con me stesso, ma rimango vivo. La solitudine non mi angoscia, non di rado mi rinvigorisce. Ma non sarà che la vita è un bene che si consuma, come un ghiacciolo alla menta, come la benzina della mia macchina, come le pile di un walkman? Chi vive troppo intensamente, allora la consuma presto. Forse la generosità è la somma disperante di diversi egoismi, ma la mia esistenza, e tutto quello che questa espressione può significare, avrebbe potuto arricchirsi di senso solo in Palestina, in Palestina avrei materializzato quel sogno intimo, non facilmente descrivibile, che mi fa amare la mattina, la notte, e tutto ciò che esse delimitano. La mia pace avrebbe nutrito la pace dei bambini palestinesi, e, come d'incanto, la loro pace avrebbe finito per nutrire la mia. L'unica, inevitabile forma di egoismo. Abbiamo giocato tanto questa giornata, ed è stato come se mi consegnassero la chiave per impadronirmi del senso di questa parte della mia vita: sono felice, e sento di volere loro bene, come voglio bene all'acqua ed alle idee, e come tento, nonostante tutto, di fare con me stesso.
È trascorso qualche minuto, forse qualche ora, e non riesco più ad organizzare i pensieri. Non ho più dolore. Non ho più bisogno di respirare, né di bere. Non percepisco più la pesantezza della materia.
Si dice che negli istanti prima di morire, scorra come un film a velocità supersonica tutta la vita vissuta. Non è così, quanto meno per me. Vorrei abbracciarvi tutti, e tutti ringraziarvi, anche senza apparente motivo. Ora che il mio nome servirà non più soltanto per riferirsi a me, senza che possa fare nulla per impedirlo, vorrei poteste sapere che sto pensandovi, tutti, tutti voi. Mia madre in particolare, che ha voluto darmi un nome che me la ricordasse sempre.
Ora è tempo che si faccia qualche passo avanti, senza voltarsi. È tempo che tutte le cose si rimpossessino del proprio chiarore, e del proprio fibrillante movimento. È tempo che cominci nuovamente il futuro. È tempo che la fioraia in piazza sollevi, come tutti i giorni, la sua saracinesca e restituisca la luce ai fiori, abbracciando la propria dignitosa e rassicurante quotidianità, rendendole omaggio, persino. È ora che, nonostante tutto, i vostri gesti minuti seguano anche oggi la curvatura della terra e dei suoi lenti giri.RedromCome una Biscia
8 Gennaio 07Tempo fa ho condotto un programma alla radio. Passavo, con non poco autocompiacimento indie, musica alternativa tendenzialmente esterofila (free-jazz-punk-inglese), accompagnata da considerazioni sarcastiche di carattere universale. Insomma, un programma sfigato.
A turbare la scialba monotonia di una puntata, mi telefona Anna, e mi chiede: ascolto con piacere il tuo programma, e penso che tu sia una persona intelligente e corretta, e condivido gran parte delle cose che dici, e devo ammettere di riscontrare diverse affinità con me stessa. Dal momento che io sono convintamente di destra, volevo sapere come mai tu sei di sinistra, e, sostanzialmente, qual è la differenza. Cara Anna, risposi, laltra domenica mi sono svegliato tardi. Era già pomeriggio, e nel mio frigo non cera niente. Avevo fame e feci un giro per il centro per trovare qualcosa di aperto. Tutto chiuso. Andai a fare un blitz nella cucina di mia madre, e anche là, tutto chiuso. E quando è chiusa la cucina di mia madre, allora è davvero tutto chiuso. Non mi restava che Mc Donald. Sì lo so, cara Anna, la globalizzazione e menate del genere, ma ci entrai. Cera una cassiera graziosa che sembrava fatta apposta per sorridere, e ordinai uninsalata e del gelato, perché anche il compromesso più affranto ha un limite. La cassiera mi sorrise e mi comunico il conto: 3 euro e 80. Pagai con 50 euro e lei, sorridendo, mi restituì 96 euro e 20. Si era sbagliata, ma io, riposi fulmineamente il resto in tasca, mi diressi verso un tavolino, e mi beai nei miei pensieri lussuriosi: avevo appena fregato la madre di tutte le multinazionali. Qualche istante dopo, però, proprio mentre il mio cervello si contorceva orgiasticamente in ripetuti e stentorei gesti dellombrello nei confronti di quellonnipresente m stilizzata, tornai sui miei pensieri e conclusi che una multinazionale, in quanto tale, ha già messo in conto inconvenienti del genere, ed ha trovato il sistema per addossare la responsabilità alla povera cassiera, trovando contemporaneamente il modo di farle perdere il suo sorriso. Allora mia alzai dal mio posto, mi avvicinai alla cassa, e le restituì il resto in eccesso; mi sorrise, questa volta in modo non globalizzato, e mi ringraziò, confidandomi: due giorni di lavoro!.
Ora tu, cara Anna, starai pensando che io voglia ridurre la differenza tra destra e sinistra nel fatto che tu, malvagio esemplare destro, non avresti mai restituito il resto, mentre io lho fatto, e ti sbagli. Anche tu, Anna, avresti riconsegnato il resto, ma lo avresti fatto contenta di te, persuasa di stare compiendo il gesto della tua giornata, e forse della settimana, con un sorriso pari a quello della nostra cassiera. Io, invece, non infierendo sul suo errore, ero incazzato nero. Come una biscia sinistra. E presi un bicchiere maxi della Coca Cola, mi diressi verso il bagno, e lo colmai fino allorlo di sapone liquido per mani. Faceva cagare, come tutto il resto.REDROM